Sicilia
Non è folklore tenuto in vita per i visitatori. Un teatro di pupi con due scuole rivali, una lingua con un proprio codice ISO e nessuna tutela di legge, e una scalinata dipinta alzata per alzata.
L’opera dei pupi è fatta di cavalieri in armatura, campioni saraceni e una gran quantità di armi da taglio, e si è divisa presto in due scuole che non vanno d’accordo su nulla.
I pupi di Palermo sono più piccoli e leggeri, snodati al ginocchio perché possano inginocchiarsi, e il puparo lavora all’altezza del palco, dalle quinte, a braccio teso. Quelli di Catania sono molto più grandi e pesanti, con gli arti rigidi, e si manovrano da un ponte sopra e dietro un palcoscenico largo e poco profondo. Gli uni e gli altri pendono da un’asta di ferro che attraversa la testa, piegata a uncino in cima perché un cavaliere possa restare appeso a metà scena mentre parla il suo avversario.
Il repertorio veniva da un solo libro: la Storia dei Paladini di Francia di Giusto Lo Dico, che intorno al 1860 mise in ordine il ciclo carolingio. I pupari lo mettevano in scena sera dopo sera, un episodio alla volta, e il pubblico tornava come si torna a una storia a puntate.
L’UNESCO l’ha iscritta nelle sue liste nel 2001 e di nuovo nel 2008, e la sua stessa valutazione è senza mezzi termini: i pupari non possono più vivere di questo lavoro, e recitare per i turisti anziché per i vicini ha fatto scadere la qualità degli spettacoli. È l’unica voce siciliana in una qualunque lista dell’UNESCO, e conviene ricordarlo la prossima volta che si legge che questa o quella festa ci è entrata.
L’altra cosa che la Sicilia costruisce per essere portata è la candelora: una torre di legno intagliato e dorato, da quattrocento a novecento chili, addobbata di fiori e carica di putti e piccoli santi. Sotto una leggera si mettono quattro uomini; sotto quella dei panettieri, a Catania, dodici.
Non si limitano ad avanzare. Eseguono l’annacata, un dondolio nel senso della lunghezza della torre unito a una rotazione attorno al proprio asse — che è insieme il modo di far passare buona parte di una tonnellata di legname per una strada gremita e, dichiaratamente, un modo di mettersi in mostra.
Il siciliano ha il codice ISO scn, che lo classifica come lingua e non come varietà dell’italiano. La legge italiana non è d’accordo. La legge 482/1999 tutela dodici lingue minoritarie storiche — tra cui l’albanese e il greco — e il siciliano non è fra queste, per cui l’arbëresh di Piana degli Albanesi gode di una tutela che la lingua propria dell’isola non ha.
Si legge come la ricevuta delle conquiste. L’arabo ha dato zibibbu, zàgara e gèbbia. Il greco ha dato babbiari, scherzare, e probabilmente carusu, ragazzo — un’etimologia su cui i dizionari discutono da un secolo. Il francese normanno ha lasciato accattari, comprare, e ammucciari, nascondere. Il catalano ha lasciato addunarisi, accorgersi. Lo spagnolo ha lasciato lastima, peccato.
Il siciliano è anche arrivato per primo. Alla corte di Federico II, all’incirca tra il 1230 e il 1266, la Scuola siciliana scrisse più di trecento poesie d’amore e fece del siciliano il primo dei volgari d’Italia a essere usato come lingua letteraria — il sonetto, a quanto pare, è nato lì. Poi i copisti toscani riscrissero le poesie con le proprie vocali, e così tutte le rime saltarono. Le ricostruzioni che leggiamo oggi sono ipotesi su come suonassero gli originali.
Il marranzanu è un telaio d’acciaio con una sola linguetta libera. Lo si appoggia agli incisivi e lo si pizzica, e la nota cambia perché cambia la forma della bocca, non quella dello strumento. Il friscalettu è un piccolo flauto ricavato dalla canna comune che cresce in ogni fosso siciliano, e i pastori se lo costruivano da sé.
I canti di lavoro sono più duri da ascoltare. I tonnaroti cantavano la cialoma mentre tiravano, uno a intonare il verso e gli altri a rispondere, perché la tirata cadesse a tempo. Nelle miniere di zolfo i carusi — ragazzini di sette e otto anni, con turni che di rado duravano meno di dodici ore — avevano canti tutti loro; due toscani che girarono l’isola a proprie spese ne misero per iscritto le condizioni nel 1876, e due anni dopo Verga ne fece un racconto. Dal 1898 Alberto Favara andò in giro con un taccuino e raccolse più di mille melodie. Furono pubblicate solo nel 1957, trentaquattro anni dopo la sua morte.
Vincenzo Bellini nacque a Catania nel 1801 e morì alle porte di Parigi a trentatré anni, dopo aver scritto dieci opere. La prima della Norma alla Scala andò così male che non si è mai smesso di citare la frase che per tre volte la chiama fiasco — anche se ci arriva attraverso un amico noto per averne ritoccato le lettere. Catania inaugurò il suo teatro d’opera nel 1890 e lo intitolò a lui, e la prima cosa che vi andò in scena fu la Norma. Il Teatro Massimo di Palermo, il più grande d’Italia per superficie, aprì sette anni dopo, poi chiuse nel 1974 e rimase chiuso per ventitré anni.
Due voci moderne, e ciascuna vale una serata. Rosa Balistreri non andò mai a scuola, emigrò al Nord come domestica e a trentanove anni Dario Fo la portò per la prima volta su un palco; cantava in siciliano la povertà e l’ingiustizia, con una voce come una porta che gratta sul pavimento. E Franco Battiato, nato su questa costa nel 1945, fece il primo album italiano a vendere un milione di copie, incise in siciliano e in arabo, e poi tornò a casa, a Milo, sul fianco dell’Etna, dove morì nel 2021.
A Caltagirone una scalinata fu aperta nel 1606 per unire la città vecchia a quella nuova, sistemata in centoquarantadue gradini nel 1844 e rivestita dal 1954 di maiolica dipinta a mano su ogni alzata. I motivi salgono in ordine cronologico — arabo, normanno, svevo, aragonese, spagnolo — e chi sale ripercorre la storia nell’ordine in cui è avvenuta.
La Sicilia al cinema è fatta soprattutto di siciliani. Visconti girò La terra trema ad Aci Trezza nel 1948 con pescatori al posto degli attori; parlavano il siciliano e non l’italiano, così per il resto del Paese si dovette aggiungere una voce fuori campo. Antonioni perse per tre giorni, senza cibo, la troupe de L’avventura su uno scoglio al largo di Panarea, e si vide fischiare il film a Cannes prima che vincesse il Premio della giuria. Tornatore girò Nuovo Cinema Paradiso in una piazza di Palazzo Adriano e vinse l’Oscar.
E sulla carta: Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa fu rifiutato da due editori e uscì nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore. Vendette un quarto di milione di copie nel giro di otto mesi e l’anno dopo vinse lo Strega.
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